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Il Grand Re-tour: ritorno all’Europa

Scriveva lord Chesterfield, da Londra, al figlio il 28 febbraio 1749: «Fra pochi mesi sarai stato lucidato a dovere presso tre delle più importanti Corti europee: Berlino, Dresda e Vienna, cosicché spero giungerai a Torino considerevolmente polito, pronto per la verniciatura finale. Non potresti riceverne di migliore, non essendovi - che io sappia - Corte che formi persone più educate e piacevoli».

Quel privilegio comporta una responsabilità rinnovata: ciò che nel XVIII secolo fu la Corte nel XXI può essere il Libro, ritrovando dalla Sicilia a Torino le ragioni di un ritorno di linfa, dalle radici di una civiltà greco-romana ai destini di un’Europa da costruire nella sapienza, sì che libro e mondo tornino ad essere lo stesso esercizio di  costruzione di senso per l’uomo: «Il mondo è ora l’unico libro di cui abbisogni, e quel libro necessario può soltanto essere letto in compagnia, nei luoghi pubblici e nelle ruelles» (Lord Chesterfield, 25 marzo 1751).

Da Torino l’Italia può tornare quel «cerchio magico» in cui Goethe si vide inscritto a Roma, sì che «comincia adesso per me un’epoca nuova. Il mio spirito si è così dilatato a forza di vedere e di apprendere, che mi è necessario limitarmi» (Roma, 27 ottobre 1787).

Questo “grand tour” non sarà dunque un esercizio di memoria, ma un percorso di rinnovamento, con l’ambizione di ritrovare - nelle sedi che furono meta del “viaggio di formazione”  della società di Antico Regime - un’eredità capace di nutrire un progetto degno delle civiltà di cui siamo interpreti, così che almeno si possa dire, di noi e della nostra identità, ciò che Goethe disse di Roma: «Posso dire che in queste ultime otto settimane ho goduto la più alta felicità della mia vita e che ora conosco perlomeno il grado massimo, sul quale potrò misurare d’ora in poi il termometro della mia esistenza» (14 marzo 1788).

Il progetto è dunque questo: ritrovare radici degne della misura della dignità umana.

Si comincia – storicamente - dal lascito della “comunione delle civiltà”, quella greca e bizantina, latina, e araba, altrove quasi inconciliabili e in Sicilia invece – come osservò Ernest Renan nel suo viaggio del 1875 -  portate a un grado tale di comunione da non desiderare che di leggerle nell’accoglienza che reciprocamente si riservarono, nella condivisa invocazione «Al  nome di Dio, clemente e misericordioso» (Renan).

Ma le nostre città, e il viaggio che intraprenderemo, sanno unire il simbolico dei monumenti, delle arti, delle ‘partizioni’ di una civiltà, al fattuale che ogni giorno le trasforma. Per ognuna di esse, potremmo ripetere quello che Dumas scrisse di via Toledo a Napoli: «essa è l’asse che riunisce la cittadella poetica alla città industriale».

Il presente infatti, d’Italia e d’Europa, è il ‘punto di mira’ di questo percorso di libri e di idee: una costruzione di identità non per avvenimenti effimeri ma per vertebre e nodi resistenti, ripercorsi in modo di riproporre, per ogni città, uno dei tratti salienti che la rese celebre in Europa e dal quale tuttavia ripartire per dare luce all’Europa, come in anni recenti Iosif Brodskij ha scritto nelle sue Poesie italiane:

Guscio di cupole, vertebre di campanili […]
La luce raccoglie di più di quello che ha seminato.

Perché l’Italia possa ancora dare qualcosa di più grande che la nostra vita e di così intenso da assorbirla tutta: in quell’ «aria che odora di gabbie liberate / dal tempo» (Brodskij, Casa Marcello, 1995).


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